Un viaggio continuo alla ricerca delle radici di una terra, dei suoi valori e delle sue intime connessioni.

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Antonello Venditti: “La casa nel centro di Olevano e i ricordi d’infanzia”

Antonello Venditti torna a parlare delle sue origini olevanesi nella collana “Italia del Vino” delle Guide di Repubblica uscita in questi giorni.

A Olevano

La Guida sarà in edicola e online dal 12 aprile. ”Mia nonna Margherita, la madre di mia madre Wanda, era di Olevano Romano. Tanti ricordi della mia infanzia e giovinezza hanno quindi come scenario questo bellissimo angolo del Lazio.

I miei genitori comprarono una bella casa al centro del paese, che diventava la base per gran parte delle nostre vacanze estive. Lì, a oltre 550 metri di altitudine, si respirava e si respira quell’aria purissima e frizzantina che ti fa amare la vita”. “Cesanese: vino da amare” inizia il racconto dei borghi del vino, un percorso nel territorio chiuso tra le montagne della Ciociaria e il Castelli Romani. Serrone e Paliano, Arcinazzo Romano e Acuto, Genazzano e Roiate, fino alle bellezze di Anagni. Per ognuno si propongono la storia, le destinazioni imperdibili. Nel volume, realizzato con Arsial, sono 55 i produttori di vino dei quali si raccontano storia, caratteristiche ed etichette, prima di centinaia di consigli su dove mangiare, dove dormire e comprare.

I RICORDI A VANITY FAIR

Il problema a cui da ragazzo cercava la soluzione, spiega nell’intervista a Malcom Pagani, era “la mia infelicità… Da adolescente grasso, se parliamo di bullismo, non avevo niente da invidiare a nessuno. Ero tra quelli che sentivano le risatine al loro passaggio e se una ragazza mi sorrideva neanche ci credevo… Mi chiamavano “Cicciabomba”, pesavo quasi 100 chili”. Non aiutava certo l’autostima il rapporto con la madre, una grecista severissima: “Considerava le mie canzoni poco meno che spazzatura e a mio padre Vincenzo, convinta di non essere ascoltata, diceva di me: “Il ragazzo è cretino” … Era talmente poca la stima che avevo di me che mi attaccavo all’unico vizio che mi era concesso: il cibo. Mangiavo tutto il giorno. La domenica poi era drammatica. Mi svegliavo nei profumi del ragù che mia nonna aveva messo da ore sul fuoco, ci inzuppavo tre rosette e poi poco prima di mezzogiorno uscivo per andare a messa. All’andata, facevo sosta dal gelataio più buono del quartiere e mi facevo fare una coppa con cioccolato, nocciola e panna con l’amarena e due cialde. Al ritorno idem. Poi il pranzo: la pasta, il filetto, le patatine fritte. Visto che nessuno mi fermava, lo feci io. Arrivato a 94 chili, ma forse anche a 98, dissi basta: “Ma non vedete che sono un baule?””.

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