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Artrosi avanzata del ginocchio: perché può richiedere una protesi

a cura della redazione

L’artrosi del ginocchio è una patologia degenerativa molto diffusa, soprattutto con l’avanzare dell’età, ma non riguarda tutte le persone allo stesso modo. In molti casi evolve lentamente e può essere gestita per anni con trattamenti non chirurgici. In alcune situazioni, però, quando il dolore e le limitazioni funzionali diventano importanti, la protesi di ginocchio può essere presa in considerazione. È fondamentale chiarire che questa scelta non dipende solo dalle immagini radiografiche, ma soprattutto dall’impatto dell’artrosi sulla qualità di vita e sulle attività quotidiane.

Cos’è l’artrosi avanzata del ginocchio

L’artrosi del ginocchio è una malattia articolare cronica caratterizzata dalla progressiva degenerazione della cartilagine che riveste le superfici ossee. Con il tempo, questo processo coinvolge anche l’osso sottostante e i tessuti circostanti, dando origine a un’infiammazione cronica a basso grado.
Quando si parla di artrosi “avanzata” ci si riferisce a una fase in cui le alterazioni strutturali sono più evidenti e i sintomi tendono a essere persistenti. Dal punto di vista clinico e radiografico possono comparire una marcata riduzione dello spazio articolare, la presenza di osteofiti (escrescenze ossee), la sclerosi subcondrale e, in alcuni casi, deformità dell’arto come varo o valgo.
È importante sottolineare che “avanzata” non significa automaticamente “da operare”. Le classificazioni radiologiche descrivono la gravità strutturale, ma non determinano da sole il percorso terapeutico.

Quando diventa “avanzata”: non solo una questione di immagini

Un errore comune è pensare che la gravità dell’artrosi sia definita esclusivamente dalla radiografia. In realtà, il rapporto tra danno strutturale e sintomi è molto variabile. Alcune persone presentano immagini radiografiche severe ma riferiscono pochi disturbi, mentre altre soffrono di dolore intenso e limitazioni importanti pur avendo alterazioni meno marcate.
Per questo motivo, nella pratica clinica si valutano diversi elementi oltre alle immagini: il dolore persistente, la rigidità articolare, la difficoltà nel camminare o salire le scale, la presenza di deformità e, soprattutto, la risposta alle terapie conservative. L’artrosi diventa “avanzata” quando interferisce in modo significativo con la vita quotidiana, non solo quando appare tale su un referto.

Perché le terapie conservative possono non essere più sufficienti

Il trattamento dell’artrosi del ginocchio inizia quasi sempre con approcci conservativi. Educazione del paziente, esercizio terapeutico mirato, perdita di peso in caso di sovrappeso, farmaci antidolorifici o antinfiammatori e infiltrazioni intra-articolari rappresentano interventi ampiamente raccomandati.
Queste strategie funzionano perché riducono il carico sull’articolazione, migliorano la forza muscolare e aiutano a controllare dolore e infiammazione. Nelle fasi iniziali o moderate, spesso consentono di mantenere una buona funzionalità per lungo tempo.
Con il progredire della malattia, però, può accadere che il dolore resti elevato nonostante i trattamenti, che la funzione continui a peggiorare o che le limitazioni diventino incompatibili con una vita attiva e autonoma. In questi casi non si parla di “fallimento” delle cure conservative, ma del loro limite fisiologico: i trattamenti non chirurgici non possono ripristinare una cartilagine ormai gravemente compromessa.

Il vero motivo per cui si prende in considerazione la protesi

“La protesi al ginocchio non viene proposta per “correggere” una radiografia, ma per migliorare la qualità di vita” ci spiega il dott. Gary Gambassi, chirurgo ortopedico di Milano specializzato in protesi al ginocchio. Il fattore decisivo è spesso la combinazione di dolore persistente e limitazione funzionale che non risponde più in modo adeguato alle terapie conservative.
Tra i criteri clinici più rilevanti rientrano il dolore continuo o notturno, la difficoltà nello svolgere attività quotidiane come camminare, alzarsi da una sedia o dormire, la rigidità costante e la presenza di deformità articolari. Quando il ginocchio diventa una fonte di sofferenza quotidiana e riduce l’autonomia personale, la valutazione della protesi può essere appropriata.
L’approccio corretto è quindi funzionale e personalizzato, basato su una valutazione complessiva e sull’ascolto del paziente.

Protesi di ginocchio: cosa può realisticamente offrire

La sostituzione protesica del ginocchio ha come obiettivo principale la riduzione significativa del dolore e il miglioramento della funzione. La maggior parte dei pazienti riferisce un netto beneficio in termini di mobilità e qualità di vita, con la possibilità di tornare a svolgere molte attività quotidiane in modo più agevole.
È però importante avere aspettative realistiche. Una protesi non restituisce un “ginocchio nuovo” e alcune limitazioni possono persistere, soprattutto per quanto riguarda le attività ad alto impatto.
Per quanto riguarda la durata, molti impianti moderni mostrano una buona resistenza nel lungo periodo. Tuttavia, la longevità dipende da diversi fattori, tra cui età, peso corporeo, livello di attività e tipo di protesi utilizzata.

Quando la protesi può essere rimandata (e quando no)

Anche in presenza di artrosi avanzata, la protesi può essere rimandata se il dolore è gestibile, la funzione è accettabile e vi è una buona risposta all’esercizio terapeutico e agli altri trattamenti conservativi. In queste situazioni, continuare con un approccio non chirurgico è spesso appropriato.
La rivalutazione diventa invece necessaria quando si osserva un peggioramento progressivo dei sintomi, la comparsa di dolore importante a riposo, una marcata riduzione dell’autonomia o la mancata risposta alle terapie conservative. Rimandare troppo a lungo può portare a inattività, perdita di forza muscolare e ulteriore peggioramento della qualità di vita.

Una decisione da prendere insieme

La scelta di sottoporsi a una protesi di ginocchio è il risultato di una decisione condivisa tra medico e paziente. Contano il livello di dolore, gli obiettivi personali, le aspettative realistiche e il bilancio tra benefici e rischi. Un’informazione chiara e consapevole permette di affrontare questa decisione con maggiore serenità, evitando sia interventi affrettati sia rinvii che possono compromettere il benessere complessivo.