Femminicidio di Colleferro, Joanna aveva cercato cure per il marito: «C’erano segnali che non sono stati colti?»
a cura della redazione
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All’indomani del femminicidio di Joanna Rouissi, uccisa nel pomeriggio del 18 agosto a Colleferro dal marito Mohamed Habib Rouissi, si cerca di ricostruire cosa sia accaduto nei mesi precedenti al delitto. Una ricostruzione che coinvolge gli inquirenti, il Comune e i servizi sociali del territorio. Al centro c’è una domanda destinata a pesare a lungo: c’erano segnali di una situazione di pericolo che non sono stati riconosciuti o che sono rimasti inascoltati?

Al momento, secondo quanto emerso, non risultano denunce per maltrattamenti o violenze in ambito familiare, né segnalazioni da parte di terzi arrivate ai servizi sociali della zona.
In via Cristoforo Colombo, nell’ex quartiere operaio di Colleferro dove si è consumata la tragedia, molti dei residenti sono ancora scossi e preferiscono non parlare. Qualcuno, però, racconta che nella zona si sapeva delle frequenti discussioni tra i coniugi. Un elemento che dovrà essere approfondito per capire quanto fossero frequenti e soprattutto quanto fossero accese quelle liti e se potessero rappresentare un campanello d’allarme.
Proprio sulla necessità di non ignorare eventuali segnali di violenza è intervenuto il sindaco di Colleferro, Giulio Calamita, richiamando l’attenzione sulla necessità di comprendere cosa sia accaduto prima dell’omicidio e su quali strumenti possano essere messi in campo per prevenire tragedie simili.
Mohamed Rouissi, 69 anni, era un muratore in pensione. Da tempo, a quanto si apprende, avrebbe manifestato un disagio sul piano psicologico. Sarebbe stata proprio Joanna ad attivarsi affinché il marito potesse ricevere un supporto dai servizi sanitari territoriali. L’uomo avrebbe avuto un primo contatto con la Asl, ma successivamente non si sarebbe presentato agli appuntamenti fissati con lo psichiatra.
La vittima, descritta da chi la conosceva come una donna forte, disponibile e benvoluta, da oltre un anno avrebbe cercato di convincere il marito a sottoporsi a visite specialistiche. In alcune occasioni lo avrebbe accompagnato anche dal medico di famiglia, per ottenere le impegnative necessarie.
Resta da chiarire cosa sia accaduto nei successivi passaggi tra medico di base, servizi sanitari e famiglia e se, in quel percorso, fossero emersi elementi tali da far ritenere necessaria una particolare attenzione. Al momento, infatti, non risulta che Mohamed fosse stato considerato una persona sottoposta a specifiche misure di monitoraggio per un possibile rischio di violenza. Il quadro che sarebbe stato rilevato era quello di una persona in difficoltà, con problemi di ansia, insonnia e stress.
Sono interrogativi che ora dovranno essere verificati senza sovrapporre ciò che si sapeva prima del delitto a ciò che è stato ricostruito dopo. Perché proprio questa è una delle questioni centrali quando una donna viene uccisa dal proprio partner: capire se esistessero segnali concreti e riconoscibili e, soprattutto, se qualcuno avesse gli strumenti per interpretarli e intervenire.
Il caso di Colleferro si inserisce inoltre in un fenomeno più ampio: secondo i dati richiamati per il 2026, in una quota significativa dei femminicidi l’autore è il partner o l’ex partner della vittima. Anche la vicenda di Joanna riporta così dentro le mura domestiche il tema della violenza di genere, mostrando ancora una volta quanto sia difficile intercettare per tempo situazioni che possono trasformarsi in tragedia.