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Frittelle, patate alla ruzza, bignè e non solo: il focaraccio di San Giuseppe nei Monti Prenestini

a cura della redazione

 

Nei Monti Prenestini i “focaracci” di San Giuseppe sono consuetudine antica, che va purtroppo scomparendo. La tradizione voleva che ogni quartiere dei singoli paesi organizzasse dei grandi falò che si accendevano la notte tra il 18 ed il 19 marzo, festa di San Giuseppe. 

Ifalò appartiene all’usanza dei riti silvestri pagani, che attraverso il rituale di purificazione e di consacrazione, volevano celebrare l’arrivo della primavera e invocare una buona annata per la raccolta nei campi.

Talvolta i ragazzi ci prendevano gusto e, se restava legna, si ripeteva il falò anche la sera del 19. Per intere settimane, bande di ragazzini raccoglievano legna e rami di potature. All’ultimo momento gli uomini contribuivano portando dalla campagna fascine di rami tagliati e tralci di viti potati.

Anche le donne intervenivano ad accensione dei fuochi avvenuta e portavano da casa vino e dolci 

La festa di san Giuseppe, pur non essendo tra le maggiori, era ugualmente sottolineata a tavola.

Con il fuoco venivano messe a cuocere “le petate alla ruzza” che, condite con sale e olio (se c’era), servivano a tenere allegra e animata la brigata, finchè non si fosse completamente spento.

 Il pranzo invece terminava con le immancabili “frittelle” di broccoli e di riso e i classici bignè  di cui è rimasta un’ottima tradizione in città.

a Zagarolo
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