Un viaggio continuo alla ricerca delle radici di una terra, dei suoi valori e delle sue intime connessioni.

Il buon esempio. La storia di Enrico, 93enne di Genazzano memoria viva del paese

a cura della redazione

Passeggiando tra i paesi della provincia oltre a scoprire bellezze artistiche e paesaggistiche poco note, se si è degli osservatori più attenti si può notare un patrimonio altrettanto prezioso di umanità, spesso poco valorizzato e ascoltato.

A Genazzano, se si passa nel luogo e nell’ora giusta si può avere la fortuna di incontrare Enrico Cremona, classe 1930, una persona semplice, comune, che trova proprio in questo la sua specialità. Enrico è una memoria viva della sua comunità e dall’alto dei suoi 93 anni di memoria ancora ne conserva parecchia. Quando si ha il tempo di fermarsi un attimo con lui, interrompe la sua quotidiana passeggiata mattutina, poggia i due bastoni che usa per camminare, si siede sul muretto che costeggia la strada e comincia a raccontare. 

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Enrico ricorda chiaramente la sua infanzia, segnata dal fascismo, un fascismo durissimo, che sottometteva e umiliava la popolazione soprattutto grazie al sostegno dei grandi proprietari terrieri, che dominavano il territorio.
Lui era il sesto di otto figli e partiti i suoi due fratelli più grandi per la guerra a soli 7 anni, come molti bambini a quel tempo, fu costretto ad andare a lavorare in campagna per aiutare il padre e fu lì che ricevette una prima lezione di vita. Un giorno il fattore del principe si presentò a reclamare una parte del loro raccolto, il padre provò a rifiutarsi, dicendo che quella era una terra incolta, che non apparteneva al principe ma il fattore insistette ed il padre dovette cedere.

A distanza di più di ottanta anni Enrico ancora si arrabbia quando racconta quell’episodio e per un attimo sembra perdere il suo sorriso gentile, gli si lucidano gli occhi e stringe le mani.
Tra i ricordi di Enrico la sofferenza della guerra la racconta il suo volto, che si ombra non appena pronuncia la sola parola, ne tratteggia la sofferenza, la fame e la felicità portata dalla fine della guerra.

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Quando le cose sembravano andare meglio ecco che la vita mette di nuovo alla prova Enrico, a 35 anni viene investito da una macchina durante il lavoro, perde una gamba, batte forte la testa ma la sua testa è così dura, che resiste e lo salva. Trascorre 7 mesi in ospedale, dolorosissimi e lunghissimi ma non si abbatte.

Uscito dall’ospedale ricomincia a camminare, con una gamba diversa ma senza smettere di affrontare la sua vita con la stessa forza e determinazione di prima.
Enrico non ha mai smesso di camminare e di partecipare alla vita comunitaria.
Si potrebbe stare ore ad ascoltarlo, ogni tanto si viene interrotti da persone di tutte le età che passano di lì a piedi, con la macchina o con il motorino suonano e lo salutano e ad ogni saluto lui si ferma, poggia i suoi bastoni, alza la testa e risponde gentilmente con un gesto del braccio e un sorriso.

Sul finire della chiacchierata Enrico nomina Pietro Ingrao, ricorda di aver ascoltato una sua intervista nella quale diceva che da ragazzo il suo primo gesto di ribellione era stato rifiutarsi di togliersi il cappello davanti ad un padrone, aveva rifiutato l’arroganza di chi ingiustamente voleva prevaricare sugli altri.

“Sembrava un sogno, dice Enrico, non dover più sottostare all’arroganza dei “più forti” in cui eravamo cresciuti durante il fascismo, eppure insieme, tutti uniti, ci siamo riusciti!”.
Così ogni mattina Enrico con fatica ma senza fermarsi continua a camminare e offre un buon esempio alla sua comunità, ricordando quanto la vita sia maestra!

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