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Immuni, come funziona l’app per la fase 2


Mette in grado, con il maggiore livello di minimizzazione possibile dei dati, di tracciare i contatti e di dare un’allerta sufficientemente anonima e tempestiva a chi puo’ essere contagiato

La app che ‘salvera” gli italiani si chiama Immuni ed e’ realizzata dalla societa’ Bending Spoons a titolo gratuito per il governo. Ieri la firma da parte del commissario straordinario Domenico Arcuri dell’ordinanza (in allegato) che affida l’incarico alla societa’ milanese.
Il principio di base del tracciamento e’ abbastanza semplice:
ogni smartphone genera un identificativo temporaneo che viene trasmesso e registrato dagli smartphone vicini. Quando qualcuno risulta contagiato i suoi codici identificativi vengono caricati su un server e le persone che gli sono state vicine vengono avvisate con una notifica. L’installazione della app e l’aggiornamento dei propri dati sanitari avviene su base volontaria.
Arcuri ha scelto Bending Spoons “per la sua capacita’ di contribuire tempestivamente all’azione di contrasto del virus, per la conformita’ al modello europeo” di tracciamento “e per le garanzie che offre nel rispetto della privacy”.
La societa’ offre la licenza d’uso al governo “esclusivamente per spirito di solidarieta’ e quindi al solo scopo di fornire un proprio contributo volontario”. Sempre a titolo gratuito “ha manifestato la propria disponibilita’ a completare gli sviluppi informatici che si renderanno necessari per consentire la messa in esercizio del sistema nazionale di Contact tracing digitale”.

“Il ruolo delle app di tracing e’ molto specifico e limitato. Mette in grado, con il maggiore livello di minimizzazione possibile dei dati, di tracciare i contatti e di dare un’allerta sufficientemente anonima e tempestiva a chi puo’ essere contagiato”. Cosi’ il professor Giovanni Comande’, ordinario di Diritto Privato comparato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e membro della task force tecnologie anti Covid-19, spiegando alla Dire le ragioni tecniche che danno fiducia su alcune soluzioni per accompagnare la fase 2.
L’esperto, che si e’ occupato di fare valutazioni giuridiche in merito di privacy, ha spiegato che alcune app disponibili o progettate “hanno una caratteristica che e’ totalmente sfuggita nel dibattito di questi giorni. Cioe’ non tanto di garantire l’assoluto anonimato, perche’ l’anonimato assoluto ed eterno non esiste piu’ tecnicamente, ma di rendere\usare le informazioni sufficientemente anonime (considerando 26 Gdpr), come stabilisce il Gdpr. Queste app, infatti, non utilizzano l’identificativo email o i dati del cellulare, come e’ stato erroneamente riportato da alcuni media, ma un identificativo della istanza di installazione, cioe’ un codice che si genera scaricando il software sul proprio dispositivo. Questo e’ l’unico dato che viene scambiato”.


“Quindi- continua Comande’- se un individuo scopre di essere positivo al Covid-19, puo’ decidere di segnalarlo al gestore del sistema tramite la app. Ma a quel punto non circola la sua identita’, bensi’ il codice di installazione della sua app. In questo modo il software e’ in grado di elaborare i contatti avvenuti nei giorni precedenti con gli altri dispositivi dotati della stessa app e mandare un messaggio di allerta agli altri utenti (tracciati sempre solo grazie all’istanza di installazione) che potrebbe essere diverso a seconda dei vari gradi di rischio. Scientificamente nella maggior parte delle soluzioni prospettate nel mondo la tecnologia utilizzata per registrare i contatti e’ quella del low energy bluetooth, che significa che non si va a guardare i dati di geolocalizzazione ma, detto banalmente, il dialogo che il nostro telefono ha continuamente con i dispositivi che gli stanno attorno”.

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