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“Io positiva e abbandonata dall’Asl territoriale”


La storia di una ragazza di 39 anni, estetista, moglie e madre di 3 bambini

Non solo fisicamente, anche psicologicamente il Covid è una malattia che debilita e lascia i suoi segni. Abbandono, colpa, smarrimento sono solo alcuni sintomi che può portare – a causa delle altre persone. Mentre il Governo Conte stringe ancora la cinta intorno agli italiani, alcuni di quelli che hanno contratto il virus rimangono soli. Ne sa qualcosa M.C. (che vuole mantenere l’anonimato), una ragazza di 39 anni, moglie e madre di 3 bambini, che ha dovuto lottare contro l’indifferenza delle autorità sanitarie. Ma soprattutto lei, e la sua famiglia, hanno dovuto combattere contro l’ignoranza e la cattiveria delle persone. Il 17 ottobre, racconta, suo marito e il figlio più piccolo (di 12 anni) fanno un tampone rapido perché avevano iniziato a presentare alcuni sintomi influenzali. Il risultato è positivo, ma per sicurezza gli viene chiesto di recarsi presso l’ospedale San Giovanni di Roma per sottoporsi anche al tampone molecolare. M.C. e gli altri due figli, di 17 e 19 anni, nonostante non presentassero sintomi evidenti, si recano – per precauzione – al San Giovanni il 19 ottobre e si sottopongono al tampone: i figli negativi, lei positiva, mentre il marito e il figlio più piccolo, risultano positivi anche al tampone molecolare.

“Una volta arrivati i risultati dell’ospedale – spiega M.C. –  nessuno dall’Asl si è fatto vivo. Ci aspettavamo, che una volta saputo di essere positivi, ci dicessero cosa fare”.

Del resto, anche sul documento consegnato dal San Giovanni alla 39enne, è evidenziato come il caso sarebbe stato notificato all’Asl di competenza. Ma a oggi ancora nessuno si è fatto vivo, neanche per un saluto. 

“Io essendo positiva, ma non avendo nessun sintomo, potrei uscire per fare la spesa. Tanto non ho la febbre, sono asintomatica. Potrei andare a contagiare chiunque, però ovviamente io rimango a casa per il mio buonsenso. Ma non ci sono verifiche da parte dell’Asl: se ci sono troppi casi e l’Asl ha perso il controllo, ti devi autogestire. Non ci sono altri modi. Ho dovuto chiedere io al mio medico – prosegue – di farmi l’impegnativa per sottopormi al secondo tampone, ma non dovrebbe essere così. Dovrebbe chiamare l’Asl per informarsi su come stiamo, se va tutto bene”.

Ma a preoccupare non è solo il rischio di rimanere abbandonati dall’autorità sanitaria, ma anche l’ignoranza delle persone. 

“Oltre a combattere questo virus, che per fortuna non ci ha causato molti problemi, dobbiamo anche combattere con l’ignoranza delle persone, addirittura una signora del palazzo ha insinuato che noi avessimo detto solo all’ultimo di avere il Covid, mentre abbiamo seguito il protocollo”, ricorda la 39enne. Ma ancora peggio è vedere i compagni del proprio figlio, il più piccino, quasi preso di mira, quasi incolpato di aver preso il virus. Questa rischia di essere una nuova forma di bullismo, avvertono diversi psicologi (come ad esempio Maura Manca sul suo profilo Facebook).

“Un compagno di classe di mio figlio ha messo nello stato di Whatsapp ‘un mio compagno ha il Covid’, e mio figlio mi ha chiesto se fosse colpa sua (di aver contratto il virus). Si è sentito bullizzato. Anche io nella chat di classe sono stata accusata di non aver detto nulla, ma quando è venuta la febbre a mio figlio abbiamo subito avvisato la scuola”, spiega la 39enne.

Nel momento in cui scriviamo, M.C. e la sua famiglia continuano a lottare con il virus, isolati, senza lavoro (lei fa l’estetista) e divisi. Sì, divisi perché i due ragazzi che sono risultati negativi sono stati mandati in un appartamento in affitto per evitare che si contagiassero. Almeno il primo novembre faranno il secondo tampone – dopo aver chiesto al loro medico di base l’impegnativa.  

Alessandro Moschini

(foto d’archivio)

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