Un viaggio continuo alla ricerca delle radici di una terra, dei suoi valori e delle sue intime connessioni.

La festa e il concerto di fine anno scolastico dell’Istituto Comprensivo di San Cesareo

a cura della redazione

 

La scorsa settimana è stata densa di appuntamenti per l’Istituto Comprensivo di San Cesareo. Dopo qualche anno di stand-by dovuto alla pandemia, è finalmente tornata la tradizionale festa di fine anno scolastico che, da sempre, anima con iniziative ed eventi l’ultimo fine settimana di maggio, coinvolgendo docenti, ragazzi e famiglie in una serie di attività che comprendono l’organizzazione del ballo di fine anno, di un mercatino con stand gastronomici, di una caccia al tesoro, di giochi e molto altro.

L’ appuntamento che, però, più di tutti, ha dato una connotazione unica e peculiare alle celebrazioni dei giorni scorsi, è stato senza dubbio l’imperdibile concerto dell’Orchestra dei Cedri, una formazione di sessanta giovanissimi elementi, alunni della sezione A che, da ormai quattordici anni, accoglie e forma gli studenti dell’indirizzo musicale della scuola secondaria sancesarese.

a San Cesareo

Il 31 maggio scorso i ragazzi, guidati dal Professor Maurizio Tisei, dalla Professoressa Elisabetta Di Zoppo, dal Professor Stefano Notarangelo e dal Professor Giuseppe Salvagni, docenti, rispettivamente, di chitarra, flauto traverso, pianoforte e percussioni, si sono esibiti in un ricchissimo repertorio di brani tratti dalle più celebri colonne sonore composte da Ennio Morricone, in un susseguirsi di emozioni veicolate da note capaci di evocare, in ciascuno di noi, ricordi indissolubilmente legati a pellicole e atmosfere dal fascino senza tempo.

Ma al di là della nostalgia dolcissima che un brano come Gabriel’s Oboe, tema dell’indimenticabile film Mission, riesce a ispirare, o del sorriso che è impossibile trattenere di fronte alle note fischiettate del tema di Per un pugno di dollari, ad accarezzare ancor più in profondità l’anima è qualcosa che trascende la stessa ineffabile bellezza della musica.

È la concentrazione dipinta sui volti di sessanta strumentisti poco più che bambini; è il dito che trema impercettibilmente nello sfiorare la corda di una chitarra o il tasto di un pianoforte; è il respiro che sembra farsi affannoso proprio un istante prima di soffiare una nota alta nella boccola del flauto; è il cuore che pare mancare un battito proprio mentre la mano sta per guidare la bacchetta verso la marimba.

È la tensione che, un brano dopo l’altro, svanisce dai lineamenti dei quattro docenti, mentre si avvicendano alla direzione di quel melodioso oceano di T-shirt rosse e occhi sognanti le cui onde hanno trascorso un intero anno scolastico a domare, cercando di imprimere loro un movimento armonioso e sinergico.

È l’applauso scrosciante che spezza quei millisecondi di religioso silenzio che, al termine di ogni esibizione, sembrano cristallizzarsi in un calice in cui lasciar sedimentare e decantare tanta indescrivibile bellezza, quel tanto che basta per poterne percepire ancora meglio il profumo.

Quel tanto che basta per potersene inebriare in maniera ancor più consapevole.

Perché è un rito che si ripete immancabile ogni anno, atteso con trepidazione dal pubblico, temuto dai musicisti appena entrati nella formazione orchestrale, preparato con difficoltà ed entusiasmo direttamente proporzionali da parte dei docenti.

Eppure diventa, ogni volta, un tripudio di meraviglia, una rappresentazione visiva e sonora delle vette incredibili alle quali conduce l’impegno, un monito a custodire ed amare questa opportunità che la scuola è in grado di offrire.

L’opportunità di conoscere la musica; di impararla; di farla.

Da diversi anni, in Afghanistan, è attiva una giovane artista di nome Shamsia Hassani, la prima ad aver portato la street art nel suo Paese e ad aver ricoperto di splendidi graffiti palazzi e strade che portano ancora su di sé i segni della guerra. La Hassani ha sempre dichiarato che la vera arte non è tanto quella custodita in gallerie e musei, quanto piuttosto quella che riesce ad assolvere alla sua missione salvifica nelle strade, ricoprendo di colore e bellezza le cicatrici lasciate sugli edifici da anni di scontri e conflitti.

Vedere questi ragazzi suonare nella palestra o nel cortile della scuola fa un po’ lo stesso effetto. Laddove la scuola, come istituzione, si trova ogni giorno a dover far fronte a difficoltà di ogni genere, prima fra tutte una società sempre meno incline a tributare a istruzione e cultura la giusta importanza, la musica di cui questi ragazzi e i loro professori si fanno orgoliosi latori e araldi è come edera rigogliosa che, nella sua sfacciata e verdeggiante bellezza, trova il modo di spingersi sempre più in alto, di espandersi ricoprendo crepe e riempiendo vuoti, impavida e sprezzante di fronte a qualsiasi maldestro tentativo di estirparla.

Il suo abbraccio vivificante è più forte e non c’è grigio cemento che possa arrestarne la corsa o sottrarsi ad esso.

Il concerto finisce, il pubblico comincia a disperdersi, i ragazzi raccolgono leggii, strumenti e spartiti.

Su un banco all’ingresso della palestra troneggia una scatola di cartone per raccogliere contributi da destinare al progetto, su cui qualcuno ha scritto la celebre frase di Ezio Bosso “La musica è come la vita, si può fare in un solo modo: insieme.”

Lo spettacolo appena concluso nè è la riprova, ma è anche la dimostrazione tangibile di quanto, la scuola, possa essere ancora luogo di riscatto e di promozione sociale.

E di quanto sia importante trasmettere ai ragazzi la consapevolezza che, per cambiare il mondo, sia necessario procedere come si fa con la musica.

Perché anche in questo caso, c’è una sola strada da percorrere.

Ed è una strada che può essere percorsa in un solo modo: insieme.