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La Prima Guerra Mondiale attraverso le storie quotidiane dei polesi


La presentazione della ricerca “I caduti di Poli nella Grande Guerra”, tenuta nella sala del Consiglio il 16 novembre scorso

Per cogliere davvero l’approccio originale di Massimo Prasca alla lettura del Primo conflitto mondiale bisogna osservarlo a distanza, facendo decantare dati e informazioni, soprattutto alla luce degli ultimi, gravissimi, recenti avvenimenti.

La presentazione della ricerca “I caduti di Poli nella Grande Guerra”, tenuta nella sala del Consiglio il 16 novembre scorso, di fronte a una platea gremita, curiosa e attenta, non è stata solo ricostruzione di fatti e di eventi, ma è diventata oggetto di riflessione antropologica e sociale.

Nel senso che l’avvocato Prasca ha raccontato la storia di quella ”inutile strage” attraverso il racconto delle storie quotidiane delle donne e degli uomini di Poli.

Prasca, così come la scrittrice canadese Margaret Atwood, ha rivelato che “c’è la storia, poi c’è la vera storia, poi c’è la storia di come è stata raccontata la storia. Poi c’è quello che lasci fuori dalla storia”.

Perché “la storia siamo noi – ha ricordato semplicemente il sindaco Federico Mariani, durante il breve saluto di introduzione alla serata. “E’ la gente che fa la storia, e la nostra gente, di quella carneficina – con oltre 600 mila soldati morti e almeno altrettanti di civili – e degli altri eccidi che si sono susseguiti, è stata vittima, ma prima di tutto testimone attivo fino al sacrifico delle Fosse Ardeatine”.

Nella visione di Prasca, l’inutilità di quella storia (cioè di quell’abominevole conflitto) si è fatta al contrario utile, e commovente, consuetudine di vita vera, sofferta, dura.

E tutto questo immenso universo di umanità, di suggestioni e di emozioni, è stato generato grazie alla deflagrazione del ricordo di un adolescente di neppure dieci anni affascinato dal canto del “Piave”.

Il Primo conflitto mondiale visto con gli occhi di un ragazzo, dunque, ma scandagliato attraverso le esperienze di un sottotenente ed esaminato con la lente dello storico di professione, “appassionato di storia” avrebbe magari replicato Prasca. 

Che è poi la stessa cosa perché, come scrive Honoré de Balzac, “passione è tutta l’umanità: senza di essa, la religione, la storia, la letteratura e l’arte sarebbero inutili”.

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