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Omaggio alla femminilità, dieci donne che hanno segnato la storia nei Monti Prenestini

Dall’archivio di Peppino Tomassi, scrittore e grande esperto della storia di Palestrina, vogliamo dedicare oggi un omaggio alle donne nella loro festa, raccontando la vite di dieci grandi personalità femminili che hanno contraddistinto la “Belle Epoque” a Roma e nei Monti Prenestini, anni in cui il “gentil sesso” si impose per la prima volta nella società moderna attraverso le arti e i primi mestieri del “nuovo secolo”.

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Grazie all’opera di Tomassi, lasciamo così la parola direttamente in prima persona a Ofelia, Anne, Rosalia, Maria, Francesca, Clara, Lina, Luisa, Chiara e Modesta paladine della femminilità nei Monti Prenestini.

OFELIA PINCI, 1928.

“Ofelia Pinci… questo è il mio nome. A Palestrina mi conoscono tutti ma anche negli ambienti dell’alta società di Roma. Sono nel privè del Salone Margherita, dove ci siamo accomodati per cenare. Ho assistito al brioso spettacolo di varietà, dove le ballerine, vestite… si fa per dire… con abiti pieni di lustrini e “paillettes” hanno ballato quasi per due ore. Il teatro fu aperto nel 1898 ma cambiò subito nome in Salone Margherita in omaggio alla regina Margheita di Savoia. Siamo nel periodo della “Belle Epoque”.

Due sole parole per definire la stagione felice e spensierata a cavallo dell’Ottocento e del Novecento che rappresenta un periodo di grande fioritura per il mondo della moda.I centri più importanti, frequentati dalle signore dell’alta società sono Parigi e Lione, mentre in Italia, Venezia, Milano e Roma.C’era in Europa un clima nuovo nel quale la borghesia produttiva, commerciale e bancaria ha preso il sopravvento.Questa notte si farà tardi ed io ne voglio approfittare per ballare, ballare e ballare fino a cadere, come ha detto di recente la giovane ballerina Joséphine Baker “sfinita al termine di una danza”.Avete notato le frange dell’abito della mia amica? Anche il mio, però, non è da meno! L’ho comprato a Parigi e l’ho voluto di seta, senza maniche e con le scarpe ricoperte dallo stesso tessuto… dite la verità, ne valeva la pena… o no?

ANNE HENRIETTE FRANKENSTEIN – 1922.

Mi presento: sono Anne Nenriette Franckestein, ma questo nome non vi dira nulla! Mio padre Henry era addetto all’Ambasciata Russa di Parigi e, dopo la guerra mondiale ci trasferimmo a Roma.Frequentando la vita mondana dell’aristocrazia, conobbi il principe Enrico Barberini e subito nacque l’amore. L’11 giugno 1921 ci sposammo e divenni “principessa”. Alle nostre nozze, celebrate nella chiesa di Santa Teresa al Corso, c’era tutta la nobiltà romana ed in rappresentanza del Rev.mo Capitolo della Cattedrale di Palestrina intervennero don Pietro Barberini e don Enrico Lena.La vita di Roma non faceva per me e, dopo poco tempo, ci trasferimmo a Palestrina, nel Palazzo del Corso Pierluigi. E’ un anno e quattro mesi che sono qui e mi trovo benissimo, perchè ho la possibilità di fare lunghe passeggiate in montagna e trascorrere l’estate sia nel parco del Palazzo, sia nel meraviglioso Casino dell’Olmata.Ho conoscito la maestra di ricamo Maria Cicerchia e, passo molto tempo ad apprendere il famoso “Punto Palestrina”.

Per me è una novità e ho voluto sapere l’origine.La signora Cicerchia mi raccontò che il marchese fiorentino Alfredo Ferdinando Ulivieri aveva fondato, nel 1907, la scuola di ricamo “Palestrina Ars”, proprio nel nostro palazzo baronale, ideando questo innovativo “Punto”.Mi disse anche che il lavoro doveva essere eseguito fissando con l’ago il filo nella stoffa per formare un piccolo ponte, dentro il quale si faceva passare con l’ago altre due volte al fine di ottenere il nodo.La seguenza dei nodi doveva essere equilibrata, in modo tale che essi risultavano equilibrati l’uno dall’altro. Comprai due arazzi e li appesi nelle pareti del salotto. Che meraviglia!

ROSALIA COCCIA, 1917.

“Mi chiamo Rosalia Coccia, ho 34 anni. Sono sposata con Angelo Aleandri di professione contadino e abitiamo nel rione Scacciato in via dei Merli. Ho due figli: Felicetta di tre anni e Pietro di uno, ma sono sicura che ne verranno altri.Il vestito che indosso è quello del matrimonio, lo metto soltanto nelle grandi occasioni e… una fotografia per me, è una grande occasione!La nostra casa come quella degli altri contadini è poco più che un rifugio dove si dorme, si mangia e si conservano i pochi beni: è costituita da dalla cucina e dalla stanza da letto. L’elemento sacro è costituito dal camino. L’enorme bocca incassata parzialmentre nella muratura, riesce a contenere oltre la zona-fuoco, anche due sedili in muratura. La creazione del camino è affidata alla creatività del muratore, con il risultato che il fumo esce in continuazione dalla bocca, specialmente nelle giornate ventose ed allora per ovviare questo increscioso danno si doveva aprire la finestra dove, però, entrava il freddoIl camino suscitava, nella penombra dell’ambiente, con il mutevole crepitare della fiamma, un’atmosfera magica; tutta la famiglia sedeva in attesa del pasto serale fatto di alimenti genuini: fagioli, ceci, minestrone col battuto di lardo, pizza di granturco farcita con verdure gustosissime: “catielli e ramolacci”. L’arredamento della cucina è costituita da un tavolo, alcuni sgabelli di legno e la “martora”, (il mobile dove s’impastava il pane e si conservava dopo la cottura). In una nicchia fatta nella muratura si conserva la conca dell’acqua.Tutto era a misura d’uomo, ma noi ci stiamo bene”.

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MARIA MAGISTRI, 1915.

“Chi sono? Mi conoscono tutti. Sono Maria Magistri, figlia del farmacista ma anche un po’… alchimista.
Dicono che io sia la più elegante di Palestrina e anche la più bella. Non è vero! Ci sono tante altre donne come me.Quando sono costretta a venire in piazza Garibaldi per andare alla distilleria di papà che è in vicolo della Mola, la attraverso sempre molto in fretta, capirete… quelle laggiù sono le case della “Pociara” ed il nome dice tutto!E poi quelle vecchiette mi guardano scandalizzate perchè porto abiti attillati… infin dei conti posso permettermelo!Voglio raccontare il giorno più bello della mia vita che resterà memorabile.Era il 17 maggio 1907 quando arrivò la Regina Margherita a Palestrina per visitare il primo museo archeologico e il mosaico nilotico al Palazzo Barberini. Fu accompagnata dal cerimoniere di corte, dal gentiluomo di servizio e da dame della nobiltà.Io e mia sorella fummo scelte, per un giorno, dame di compania della Regina. Che grande emozione!La cerimonia iniziò con l’Inno Reale mentre il sindaco Parmigiani, in piazza, scoprì la lapide toponomastica, intitolata proprio alla Regina. Non era certamente uno sforzo finanziario quello che l’Amministrazione comunale aveva compiuto per eternare il nome della sovrana, ma almeno era il modo di conservare, in perpetuo, il ricordo di un avvenimento che era e spero resterà, fra i più importanti della storia prenestina.Per questa occasione la piazza fu selciata per la prima volta.

FRANCESCA SAVINA, 1915

“Un forestiero mi ha fatto due fotografie e domani una la mando a mio marito Carlo Scacchetti di Capranica Prenestina, nato il 12 settembre 1884, che sta facendo il militare.Ci siamo sposati giovanissimi, come si usa a Carchitti, e abbiamo tre figli: Giuseppe, Maria e Angela. Indossiamo abiti modesti, ma puliti. Mio figlio veste già come un adulto con calzoni lunghi e “sacchetto”; io è Maria con il nostro costume abituale: “varniello (gonna ampia crespata), “pullacca (camicetta), busto con le stecche rigide.Però dovete ammettere che in quanto a orecchini e collane non siamo seconde a nessuno…. “mancu alle piristrinise”.Dopo la partenza di mio marito per il fronte la vita si è fatta molto difficile per trovare cibo per i bambini. Da Capranica siamo venuti a lavorare a Mezzaselva e viviamo in una capanna. Lo spazio interno, scarsamente illuminato, data la mancanza di finestra è occupata al centro dal fuoco; i letti, disposti intorno alle pareti, sono formati da quattro montanti di legno infissi nel terreno, con la parte terminale a forma di furcina, dove venivano alloggiate due pertiche robuste. Su queste si stendono varie tavole, sulle quali poggia un sacco pieno di paglia o di brattea.Quando la famiglia è numerosa, entrare nella capanna è quasi impossibile; non c’è un angolo libero ovunque regna una confusione indescrivibile: ovunque regna una confusione indescrivibile; “repazzole” (giacigli), utensili da lavoro, fuoco, il magro raccolto dei campi, le “bancozze” (sgabelli dilegno), il tutto sparso a terra alla rinfusa, senza contare gli animali che spesso vivono alla capanna.I bambini non sanno scrivere, leggere e far di conti… spero che venga una maestra!

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CLARA GANDOLFI- SALVATORI.

“Eccomi, sono Clara e sono nata a Roma nel 1904. Dall’età di due anni, con mia sorella Valeria, fummo allevate dalle suore del Bambin Gesù di Palestrina, stante il fatto che la mamma, grande attrice del cinema muto, era sempre in viaggio in Italia e all’estero, per interpretare film.
Mio padre, separato, risiedeva in America e era operatore del celebre regista Cecil B. De Mille.
Mi diplomai in stenografia col metodo Carsberg e insegnai nell’Istituto Avviamento Professionale Commerciale di Palestrina, dove conobbi il preside prof. Angelo Salvatori.
Fu subito amore e avemmo sette figli.
Ottenni anche l’abilitazione per insegnare nelle scuole elementari e vi rimasi fino alla pensione. Nonostante avessi tanta prole, mi dedicai alle attività sociali e religiose: nell’Azione Cattolica, della quale divenni presidente e poi responsabile provinciale dell’Associazione Italiana Maestre Cattoliche”.


Clara morì nel 1992.
Ora entra in scena la mamma di Clara: Gianna Terribili in arte Gonzales. Nel 1913, fu l’attrice più popolare del cinema italiano. Un cronista dell’epoca così ci ha tramandato le sue impressioni: “Miracolo dell’Arte! Gli occhi luminosi di Giovanna Terribili-Gonzales, che danno la visione impetuosa di bellezza e di bontà infinita, hanno saputo corruscarsi minacciosi, hanno conosciuto le scintille dell’odio e i caldi ridenti riflessi dell’amore, hanno saputo far ridere e hanno saputo far fremere”.
I sui moltissimi film, come “Marcantonio e Cleopatra”, furono visti in ogni paese del mondo: negli Stati Uniti, in America Latina, in vari paesi europei e nel 1914 in Russia ed in Estremo Oriente.

LINA SBARDELLA – 1911.

“Cappiello ‘n capo e sedere ‘n carrozza” dice il proverbio ed io Lina Sbardella il cappello lo porto sempre come segno di destinzione sociale.Negli ultimi anni dell’Ottocento i mercanti di campagna si affermarono come forza innovativa nella sonnolenta società prenestina e come elemento essenziale del processo produttivo. Nacque così una nuova classe sociale, né aristocratica, né borghese, anche se raggruppavano i pregi e i difetti delle due classi.La mia famiglia apparteneva proprio in quella clesse sociale. Mia madre, come le altre donne di questa casta, vollero gioielli, vestiti dell’ultima moda e la “carrozza”. Per me scelsero un primario istituto d’istruzione.La gestione dei fondi di Mezzaselva, nel territorio di Palestrina, un’estensione enorme dei Barberini, fu presa in affitto dalla mia famiglia e, dopo poco tempo, era riuscita ad assicurarsi il controllo dell’approviggionamento del mercato romano.Io navigo nell’oro… ma per spenderlo a Roma, il percorso in carrozza è troppo fastidioso e lungo.Le amiche, di solito molte eleganti, oggi sono ancora di più, hanno messo anche la stola di pelliccia! Dimenticavo… io sono la seconda da destra.

LUISA PINCI, 1902.

“Luisa Picni, sono io, a destra della foto, con l’abito scuro.Sono con la mia amica più cara e con il mio primogrnito Mario, un bambino ben educato e discreto che passeggia con noi per ore e ore senza mai mettere bocca nel discorso tanto che spesso ci… scordiamo di lui.Ieri siamo andate a visitare “lo Scacciato”… senza dire nulla ai nostri genitori perchè, asseriscono, che è un luogo malsano. I sentieri, infatti, erano invasi da sporcizia di ogni tipo e erano disselciati; la miseria brulicava nelle più orride forme. Panni laceri erano appesi ad asciugarsi, dando ancora più grande il senso di povertà. Le piccole case erano pervase dall’odore nauseabondo della miseria inacidita.Le case erano nate addossate l’una all’altra quasi a sostenersi vicendevolmente, lasciando spazi a disposizione di stradine e piazzette, tanto da pensare che proprio quelle case, gli abitanti chiedessero una maggiore sicurezza e tranquillità specialmente quando, nei mesi invernali, era indispensabile il reciproco aiuto.I bambini, con i vestiti rattoppati, ci circondarono e meravigliati dei nostri vestiti, dissero urlando: “Signo’… signo’ … detece magara ‘n sordo!”. Meno male che avevamo con noi molti “spiccioli!”.Eravamo imbarazzate e ci rifugiammo nella chiesa della SS. Annunziata e chiedemmo al parroco don Valentino Cianfriglia, che ci conosceva, quale fossero i mestieri degli abitanti.”La poplazione che vive alle spalle del palazzo Barberini, è costutuita da 266 contadini, 8 butteri, 7 calderai, una tessitrice, un cappellaio, una levatrice e 10 calzolai sulla cui bottega vi è scritto un cartello con la tradizionale massima: “Nun se fa credenza”.Dopo aver ascoltato la storia della chiesa, uscimmo e per tutta la strada di ritorno… restammo mute.Quanta differenza tra il Palazzo dei Barberini e della loro ricchezza e la povertà degli “scacciatani”.

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CHIARA FRATTINI, 1921

“Sono Chiara Frattini, figlia di Candido e Maria Frattini, proprietario della villa omonima. Non sono fatta per la vita di provincia, e quando mio padre decise di vendere le proprietà in Palestrina, ho accettato la cosa di buon grado.
Risiedo abitualmente a Roma nel Palazzo Odescalchi, ma vengo spesso a Palestrina ospite di mia sorella Maria Antonietta che ha sposato Francesco Mencacci.
Sono appassionata ricercatrice di opere d’arte e la mia ricchissima collezione di quadri andrà, alla mia morte, all’Accademia di san Luca.In estate, ricordo, la verdeggiante villa adornata di lauri, iscrizioni antiche e di un meraviglioso viale di cipressi. Nel bellissimo parco tra vegetazioni di ogni tipo, nel secolo scorso, in una zona soprelevata era stata creata una zona denominata il “Paradiso”.Per ornarla vi furono inseriti busti marmorei d’epoca romana e moltissime iscrizioni che ricordano personaggi famosi. Nel periodo estivo la borghesia romana veniva a Palestrina per respirare l’aria “frizzantina” e i meravigliosi tramonti descritti da moltissimi viaggiatori romantici.I villeggianti romani spesso venivano da noi per godere il fresco degli alberi, attratti dal canto degli uccelli e dai gustosi picnic che preparavamo.Ha ragione il nostro contemporaneo poeta dialettale Antonio Pinci che gli dedicò questa poesia:
Se sa: però ce vienno a Palstrina
L’istate li signuri a villeggia’;
Ce troveno lo fresco e n’aria fina,
Che sse sso’ mmuorti li fa remmiva’…
Ariveno, che fanno qua’ decina;
Nicci, rancati… stanno pe’ spira’;
Con puo’ de giorni rizzeno la schina,
Se fanno comme ppuorchi da ccora’.
Li vè ‘na fame!… e mmagneno, perdia.
Ppiù cciccia, ppiù salame e ppiù presutto;
All’ova, può, ce ve la carestia.
Pollastri, vino bbuono: ‘nsomma tutto:
Se strozzeno ppiù robba ssi romani…
Te fanno, caro mio, n’cacchia le mani!…

MODESTA ALESE – 1889.

Il mio nome è Modesta e sono sorella di Emilia che avete conosciuto ieri. Non sono appariscente come lei e non mi preoccupo di rendermi tale con i gioielli… il mio nome non è… Modesta forse? Come Cornelia. madre dei Gracchi. dico: “Ecco i miei gioielli”… e presento la mia bella bambina.In genere le bambine sfoggiano abiti che arrivano sotto il ginocchio. Ho vestito Modesta con un abito plissettato e con balze ricamate e una facia annodata in vita. Le scarpe sono una novità. Le ho fatto indossare il bustino, ma a differenza di quello mio, non stringe la vita ma fornisce solo un sostegno che aiuta una corretta postura.Il mio vestito, bordato di perline , e quello di Modesta, sono stati acquistati a Roma, in una sartoria francese… e qui ci hanno scattato questa fotografia.Mando la mia bambina a scuola nel Convitto delle suore del Bambino Gesù per ricevere un’adeguata preparazione… non mi fido di quelle pubbliche. Questo istituto dopo l’avvento dell’Unità d’Italia fu chiuso, come tutte le altre scuole cattoliche, in base a un Regio Decreto, ma grazie all’apporto dei borghesi locali che avevano le loro figlie in collegio, l’opera delle suore nel campo dell’istruzione fu ritenuta indispensabile e ottenne l’abrogazione del decreto”.


Mentre sistemavo l’archivio delle suore lessi l’interessante “Diario giornaliero” delle suore e , guarda caso questa notizia fa al nostro caso!
La suora emanuenze soddisfatta della riapertura della scuola e del collegio, scrisse: “Queso Istituto è clericale, ma le figlie della nostra borghesia ricevono una buona educazione. Se non qui… dove?.. Dalle “buzzure?”.
Dopo il 1870, col trasferimento della Capitale a Roma, il termine “buzzuro” era riferito ai piemontesi. A Palestrina la scuola statale,tenuta dalle maestre forestiere, veniva chiamata, appunto, la “scola delle buzzurre!”.

Testi e commenti

Peppino Tomassi

7 Marzo 2019
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