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San Cesareo, il caso di Giuseppe ucciso dalla legionella. Ora la famiglia vuole fare luce sulla sua morte


Il caso di Giuseppe Baldelli, le analogie con altri morti sospette e i tanti interrogativi ancora senza risposta

Mentre in questi giorni anche ai Monti Prenestini incombe la psicosi del Coronavirus, con negozi cinesi vuoti, file nelle farmacie per avere una mascherina e fake news sui social network (un caso anche a San Cesareo), in mezzo a noi c’è un virus “silenzioso” che solo negli ultimi tre mesi ha causato la morte di tre persone, tutte italiane e in provincia di Roma. 

Non è una malattia che ha a che fare con l’Oriente, anzi la sua scoperta avvenne nel 1976 in America e viene comunemente indicata con il nome di legionella o “malattia del legionario”. Un’inchiesta giornalistica di pochi giorni fa a Ladispoli ha portato all’attenzione di tutti questa infezione tristemente nota, denunciando due morti sospette nel giro di pochi mesi e tutti all’Aurelia Hospital. La lista si è poi allungata negli ultimi giorni a Roma (4 casi sospetti) e nella stessa Asl Roma 4 dove le denunce ufficiali sono salite a 3 (1 non mortale), più un quarto caso sospetto. La scia della morte si è allungata purtroppo anche al territorio dei Monti Prenestini, dove Giuseppe Baldelli, 37 anni di San Cesareo, lo scorso 30 novembre è venuto a mancare a seguito delle gravi conseguenze della legionella.

Una storia che ha dell’incredibile per cui amici e famigliari a distanza di due mesi da quel maledetto giorno non riescono a darsi pace e ora chiedono alle autorità di “fare chiarezza su quanto accaduto”. Da una settimana la famiglia ha ritirato il faldone composto dalle due cartelle cliniche in cui c’è scritta tutta la vicenda di “Peppe” (come lo chiamavano gli amici) dove però sarebbero diversi i punti interrogativi.

Nove giorni di “calvario”, iniziato a casa con una normale febbre a 38, salita a oltre 40 gradi nel giro di poche ore. Ipocondriaco e sempre timoroso, Giuseppe, grazie anche al sostegno della fidanzata, decide di rivolgersi al medico di famiglia “che gli prescrive Bentelan e antibiotico”. I sintomi sono quelli di una bronchite asmatica: febbre e difficoltà respiratoria. Giuseppe va a casa e si sottopone alle prescrizioni, ma basteranno poche ore per accorgersi che quelle medicine sono solo un palliativo. La febbre continua e ora la difficoltà di respirazione è più accentuata, anzi è grave. Da mercoledì siamo arrivati a domenica: bisogna correre in ospedale. La famiglia sceglie di rivolgersi al nosocomio di Tor Vergata: la prima diagnosi, stando al racconto dei famigliari, è quella di polmonite laterale destra.

Peppe è vigile e cosciente, scherza con la fidanzata da quel lettino in cui è stato “sbattuto”, in mezzo a un corridoio tra gente comune e sconosciuta con cui si scambia di notte qualche chiacchiera. Ma di ora in ora i sorrisi lasciano spazio a facce preoccupate, all’ansia, alla paura, perchè davvero non si capisce questo malessere per una banale bronchite. Secondo la ricostruzione della famiglia, Giuseppe viene indirizzato dapprima all’Ini di Grottaferrata, poi però si riesce a trovare un posto al terzo piano di Tor Vergata: reparto “Malattie infettive”. E qui i dubbi aumentano, sommati alle continue crisi del 37enne. I primi referti attesteranno la grave crisi respiratoria a seguito del collasso di un polmone e della mancanza di ossigeno: no, non è una bronchite, è legionella. Giuseppe viene subito attaccato a una macchina che di fatto lo tiene in vita semplicemente perchè gli permette di respirare. C’è una sola via per uscire da questa situazione irreversibile: indurre il coma per proseguire con altre cure più mirate. Peppe chiude gli occhi, ma per lui ancora non c’è posto in ospedale: manca la disponibilità in Rianimazione. Viene inviata una richiesta agli ospedali di zona e il primo a rispondere è il Grassi di Ostia. Viene informata la famiglia e la fidanzata a San Cesareo, mentre Giuseppe è già in ambulanza in direzione mare. Non lo raggiungerà. 

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Arriva una seconda telefonata, dall’altro capo una dottoressa: “Tornate indietro e raggiungetemi a Tor Vergata, vi spiego tutto”. Il personale spiegherà in ospedale ai parenti che Giuseppe ha avuto nel tragitto un arresto cardiaco: la situazione è ora precipitata.

Peppe potrebbe non superare la notte, poi lascia intravedere piccoli segnali di ripresa nei valori, come nel tentativo disperato di non andarsene. Le speranze dei numerosi amici, dei colleghi e degli affetti più cari si sono spente alle 9 del 30 novembre, quando il cuore di Peppe ha smesso di battere.

A distanza di due mesi siamo frastornati – confida la famiglia a Monti Prenestini – e ancora non riusciamo a credere a quello che è accaduto.  E il motivo semplice è perchè non abbiamo capito. Non abbiamo capito alcune diagnosi, i posti letto prima negati e poi riapparsi miracolosamente – continua la famiglia – e quel trasferimento finale a Ostia, su cui forse pesa la morte di Giuseppe. Forse non sapremo mai cosa sia accaduto al nostro Peppe, ma abbiamo il dovere di provarci per il bene che gli abbiamo voluto e per quello che ci ha lasciato. Quindi abbiamo deciso di andare avanti, finché possiamo, per cercare la verità”.

Oggi due avvocati e una dottoressa hanno in mano il caso di Giuseppe Baldelli, il ragazzo con la chitarra dal sorriso sempre stampato sul viso, innamorato di Vasco, del calcio e della vita. L’Asl ha già disposto accertamenti, come da prassi, nella casa dei familiari, non riscontrando alcuna forma di contagio nell’ambiente. Gli avvocati cercano invece analogie con altri casi sul territorio della provincia. Peppe, come la pensionata di 69 anni e il geometra di 49 anni, deceduti rispettivamente il 29 dicembre e 27 gennaio, era stato a Ladispoli per lavoro nell’ultimo periodo, ma è solo una coincidenza: le autorità hanno escluso qualsiasi allarme o forma di contagio.

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Secondo gli ultimi studi scientifici il tasso di mortalità correlata all’infezione da Legionella dipende da alcuni fattori specifici (come la gravità della malattia, l’appropriatezza del trattamento antibiotico iniziale, il luogo in cui è stata contratta l’infezione, le condizioni pregresse del paziente) e può variare dal 40-80% nei pazienti immunodepressi non trattati, al 5-30% in caso di un appropriato trattamento della patologia. Complessivamente la letalità della legionellosi si aggira tra il 5% e il 10%.

Forse non sapremo mai se Peppe rientra tra questi numeri, come si può del resto associare una persona a una statistica? Ogni vita è unica e merita rispetto, al di là del sesso, del tipo di malattia e della nazionalità (vedi il Coronavirus), ma forse questo scritto oggi è solo una semplice voce fuori dal coro che spera solo di essere ascoltata.

??CONTINUA A RIMANERE INFORMATO: METTI MI PIACE ALLA NOSTRA PAGINA??


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