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“Sarei andata a fare l’elemosina pur di non perdere mio padre”


Da Zagarolo la storia del signor Antonio Donfrancesco, morto per Coronavirus e l’appello della figlia Michela

“Non ho spaccato porte, non ho addossato colpe a chi non ne ha, ma alla rabbia e al dolore vorrei dare un senso, quel senso che non trovo leggendo pensieri che non condivido”.

Inizia così il lungo post di Michela Donfrancesco, l’insegnante di Zagarolo e da tempo maestra alla scuola elementare di Colonna, che ha perso nei giorni scorsi suo padre affetto da Covid-19. Il signor Antonio Donfrancesco, per tutti Tonino, era molto conosciuto in paese per via della sua giovialità e incontenibile simpatia. La notizia della sua morte a 78 anni per colpa di questo maledetto virus ha destato sgomento tra la comunità gabina, anche perchè Tonino si era ripreso in maniera sorprendente da un’altra sfida: un intervento al cervello per l’asportazione di un meningioma (tumore benigno). Quello stesso tumore con il quale, ironia della sorte, aveva dovuto fare i conti 10 anni prima sua figlia Michela.

“Questa è la nostra ultima foto insieme papà. Era di domenica, avevamo preso un caffè, eri felice perché saresti finalmente tornato a casa.
Uno strano destino il nostro, bizzarro anche per la medicina, genetica o casualità che ci ha fatto ripercorrere una strada già nota. Le stesse paure che hai avuto per me dieci anni fa avevano di nuovo bussato alla nostra porta, ma tu, coraggioso come sempre ti sei preoccupato prima di noi e ne sei uscito più forte di prima.
Ma non avevamo fatto i conti con qualcosa che nessuno di aspettava, qualcosa che ha portato via padri ai figli, compagni di vita a uomini e donne, nonni a nipoti, quei nipoti che tu amavi tanto.
Abbiamo combattuto senza armi di fronte a questo mostro subdolo e crudele.
Abbiamo sperato sempre senza poterci e poterti abbracciare, sopravvivendo ad ogni squillo del telefono, aggrappandoci ad ogni goccia di notizia più positiva.
Senza poterti salutare, senza confortarti, senza dormire al solo pensiero di sentirci impotenti davanti a questa crudele e feroce ingiustizia.
Niente sarà più come prima papà, non ci sarà Natale, non ci saranno compleanni, rimarrà solo tanta rabbia.
Tutto quello che mi parla di te mi lacera il cuore e mi toglie il respiro. Ma ce la faremo perché è quello che tu vorresti e che ti aspetti da noi”.

LA RICOSTRUZIONE DELLA VICENDA

E’ il 3 gennaio 2020 quando il signor Antonio, dopo una visita di routine, scopre di avere un meningioma cerebrale. Sa perfettamente di cosa si tratta, e quale sarà il decorso post operatorio visto che la figlia dieci anni prima aveva dovuto affrontare lo stesso male. Viene operato e per un mese è ricoverato all’INI di Tivoli per la riabilitazione. A marzo rientra a casa e sta decisamente bene, si è ripreso alla grande tanto da aver ricominciato le sue normali attività. Tuttavia i farmaci che è costretto a prendere, per via dell’intervento subito, gli causano (o forse acutizzano) una gastrite cronica e un abbassamento dei livelli di piastrine nel sangue tanto da richiedere una trasfusione. I familiari chiamano un’ambulanza e il signor Antonio viene portato all’Ospedale di Palestrina (proprio nei giorni in cui stava per essere convertito a Covid Hospital) dove gli viene riconosciuta una polmonite da ospedalizzazione tipica da lungodegenza, e come da prassi viene sottoposto a tampone per Covid19 risultato subito negativo. Viene così trasferito all’INI di Grottaferrata per la trasfusione e qui rimane ricoverato per 7 giorni. Il venerdì, giorno delle dimissioni, la figlia Michela va a prenderlo per portarlo a casa ma si accorge subito che il papà non sta bene, è debole tanto da svenire non appena salito in macchina. Il signor Antonio viene così riportato all’interno della struttura, la dottoressa di turno giustifica lo svenimento con un calo di pressione e lo trattiene ancora un paio di giorni. Il lunedì seguente Antonio viene dimesso, non ha più la polmonite che nel frattempo gli è stata curata, e non viene sottoposto a tampone. Antonio torna a casa ma non sta bene, e dopo 4 giorni la temperatura sale sopra i 38°. Intanto il Coniugi Bernardini di Palestrina è diventato Covid Hospital così Antonio viene portato al Pronto soccorso di Colleferro per fare i tamponi. Qui l’amara sorpresa: Antonio è positivo al Covid-19. Da quel giorno non farà più ritorno a casa: Antonio viene portato al San Filippo Neri di Roma dove muore 12 giorni dopo, il 23 aprile 2020.

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Una vicenda drammatica, una morte assurda che ha spinto la figlia Michela a fare un appello via social:

“Mi rivolgo a tutti quelli che…
– con 26.000 morti ancora tirano fuori i dati ISTAT degli ultimi 10 anni (dal Manuale di Nonna Papera),
– a quelli che con una pandemia mondiale in corso (perché ricordiamoci che i contagi non sono “crollati”), si aspettavano magicamente che si tornasse alla normalità,
– a quelli che non possono vivere senza lo sport, senza i capelli in ordine, senza l’aperitivo, senza il fidanzato, senza gli amici,
– a quelli che si muore nel 1% dei casi e solo se si è anziani e con patologie pregresse, come se un anziano con patologie pregresse fosse comunque destinato a morire e non si potesse curare,
– a quelli che si sentono virologi, economisti, primi ministri e a prescindere prima che parli non hanno capito le parole di Conte che….ahimè ha perso la bacchetta magica!
– a quelli che “Immuni” è una violazione alla privacy però condividono e partecipano a “come sarò da vecchio” regalando i dati personali però se serve a salvare la vita a qualcuno no,
– a quelli che, “ma allora i tumori e le altre malattie?”, non cessano di esistere e non vuol dire che una malattia e meno importante di un’altra, ma il contagio è un’altra questione.
– a tutti quelli che hanno continuato a vivere da onnipotenti e ribelli, tanto a me non succede e non compilo neanche l’autocertificazione (sottolineo che noi di guanti e mascherine ne abbiamo anche indossati doppi).
Tutte queste persone hanno una sola cosa in comune: non hanno nessun morto da piangere a causa di questo virus.
Siete rabbia nella rabbia.
Pensate solo per un attimo a come si muore con il Covid, si muore da soli, chiusi dentro un sacco pieno di disinfettate.
Pensate a come vive un lutto una famiglia, lo vive sola, senza abbracci, senza conforto se non virtuale, freddo e sterile.
È dolore nel dolore.
Concludo sottolineando che ho un grande rispetto di chi a livello economico sta subendo dei danni, pago un mutuo che contava sull’entrata di due stipendi e le mie difficoltà le ho anche io, ma sarei andata a fare l’elemosina pur di non perdere mio padre.
Ma i proverbi con sbagliano mai, a tutto c’è rimedio tranne che alla morte.
E io non ho più mio padre.
La mia rabbia la sfogo cosi’, invece di distruggere qualcosa vorrei dare uno spunto di riflessione, se qualcuno tra i miei contatti non condivide il mio pensiero o si è infastidito può tranquillamente eliminarsi dalle mie amicizie.
Per te papà, te lo dovevo.

È il mio primo post pubblico condivisibile, se può servire a far riflettere qualcuno”.

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