Un viaggio continuo alla ricerca delle radici di una terra, dei suoi valori e delle sue intime connessioni.

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Sbalzato a terra e tremante, storia e caduta di un rider (e di una serata finita male)

Sono passate le 20, via XX Settembre a Roma e’ un fiume di luci. Macchine in fila, suonano, sono inquiete ai semafori. Anna e’ avvolta in un lungo abito nero, di raso, e tra le sue mani tiene stretto il biglietto dello spettacolo: tra mezz’ora si esibisce Roberto Bolle alle Terme di Caracalla, alla guida della macchina rossa c’e’ il suo amico Luca (nomi di fantasia).

A San Cesareo

E’ un attimo, una manovra per sfuggire all’impatto con un’altra vettura e su quello spicchio di asfalto vola Jawad. Ha 26 anni, e’ del Pakistan e su una bici guadagna pochi euro all’ora per consegnare cene a domicilio. E’ un ragazzo magrissimo, cade dalla sua bici che si tiene insieme con fili sbilenchi arrugginiti e a terra, dopo l’impatto, inizia a tremare. Prima piano, poi sempre più forte. Le sue mani diventano marmo freddo, ha le dita aperte in uno spasmo, il torace fa su e giù, gli occhi sono persi, bianchi, e subito dopo chiusi e serrati.

“E’ sangue, c’e’ sangue?”, chiede allarmata una passante. Ma no, sono le bibite che sgorgano dallo zaino: una borsa che pesa più di Jawad. Tante le chiamate per i soccorsi mentre un drappello di passanti si ferma e dà coperte che prende dagli alberghi. Tra loro due medici che si mettono accanto al rider per monitorare respiro e battito. Il tremore non si placa, aumenta. I Carabinieri presenti dal primo momento creano un cordone accanto a quel fuscello che trema. Si fermano altri rider, chiamano un cugino, Alì, che racconta: “Suo papa’ in Pakistan e’ morto investito”. E’ paura il tremore di Jawad, e’ una frattura, ha altre malattie, epilessia? Non parla, non dice nulla, con la luce del cellulare il medico gli controlla la lingua. Quando arriva l’ambulanza lo porta via, al Policlinico Umberto I.

I due ragazzi della macchina rossa chiamano a casa, piangono, sono disperati. L’altro autista se ne sta silenzioso in disparte.

Arrivano i vigili e inizia la ricostruzione dell’incidente. Anna con la sua lunga gonna nera elegantissima e affranta irrompe in questa scena a tappe: piange, fa domande, si ritira, è giovanissima e spaventata. In un angolo sempre più buio è rimasta la bicicletta di Jawad, cimelio di questa epopea di nuovi ‘lavoratori’, un esercito in carne e ossa che si muove a colpi di click e di app per pizza e coca. A terra restano i calzini arrotolati che gli hanno tolto per massaggiargli i piedi e il cellulare con la mappa della destinazione. Il navigatore parla, continua a dire di svoltare nelle strade di Roma, per pochi spicci e poca speranza. Jawad comunque nella notte si stabilizza.

A Olevano
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