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Cave, il centenario del martirio di Padre Amarisse. La città ricorda il frate della pace


Simbolo della pace nel Mondo. La città e il territorio attendono una sua beatificazione

Venerdì 24 gennaio presso la sala consiliare di Cave, la città commemora il centenario del martirio di Padre Amarisse, uno dei sacrifici più cruenti della storia del ‘900, diventato un simbolo delle persecuzioni cristiane in tutto il Mondo. A questo simbolo è legato anche il nome di Cave, città dove nacque il 10 maggio del 1874 Francesco Nazareno Amarisse che assunse poi il nome di fra Alberto da Cave. Fra’ Alberto portava sempre nel cuore e in giro per il mondo il suo paese.

Entrò nell’ordine francescano e compì il noviziato a Nazareth, dove emise la prima professione religiosa il 24 settembre 1891.  La sua consacrazione al Signore mediante i voti solenni avvenne il 3 ottobre 1895, nella Grotta della Natività a Betlemme. 

Grazie alla sua conoscenza della lingua turca i francescani della Custodia di Terra Santa lo mandarono in missione in Armenia Minore, attuale Turchia, dove vi rimase anche quando durante la prima Guerra Mondiale tutti i missionari furono espulsi dalle autorità locali. 

Nel 1919 i superiori lo destinarono in missione a Jenige-Kalé, uno dei villaggi armeni che aveva subito distruzioni e devastazioni. Agli inizi dell’anno seguente la comunità di fedeli che egli curava fu presa di mira dal fondamentalismo islamico turco e il francescano, insieme ad una trentina di orfani, trovò la morte nell’incendio appiccato nell’edificio che li ospitava. Era il 23 gennaio 1920.”

A lui è dedicato un premio per la pace istituito nel 2007, in occasione della ricorrenza del 450° anno dalla stipula della Pace di Cave, assegnato a chi ieri e oggi ha contribuito a lavorare per la costruzione della Pace nel mondo intero. Oggi è in corso una causa di beatificazione che la Città di Cave e tutto il territorio dei Monti Prenestini attendono con trepidazione per restituire dignità a un uomo che si è battuto per la pace nel Mondo.

Così scriveva padre Alberto alcuni anni prima della sua morte:  

c, 28 aprile 1909

R.ndo Padre Segretario

Oggi alle 10,30 antimeridiane si sente dalla fortezza il fragoroso rimbombo dei cannoni i quali non già distruggono la città, ma bensì rallegrano questa povera gente scolorita e smunta dall’incubo dei massacri. I dellal, pubblici banditori, annunziano con festoso grido il nuovo Sultano, le vie si ripopolano di cristiani e la città intera prende l’antico aspetto giocondo.

Questa pubblica allegrezza, Reverendo Padre mio, mi ha in parte sollevato il cuore; le dico in parte, perché mi lacera il cuore il sapere che migliaia di bimbi si trovano sulle montagne raminghi e senza pane e che molti villaggi cristiani per timore si son fatti musulmani. E tra questi villaggi si numerano per ora Tavullè, Calalè, Dutalè e Anegeck.

Qui in Marasc solamente sabato (17 aprile) si ebbe un massacro, in cui furono uccisi una quindicina di cristiani ed una quarantina di feriti e sarebbe stato assai più tremendo se il Governo locale non avesse preso subito energiche misure. In quel giorno un migliaio di persone si rifugiò al nostro Ospizio, e, dopo tre giorni, i meno paurosi cominciarono a ritornarsene alle loro case; gli altri poi questa mattina lieti e contenti con le loro famigliole, con mille ringraziamenti, se n’andarono nei loro quartieri. A dir vero, fra tanta gente, accampata nel nostro Ospizio, vi era abbastanza ordine, sicura di trovarsi sotto buona tutela, difesa dai soldati gentilmente inviatici dal Governatore. Nei nostri villaggi circonvicini, cioè Mugiukderesi, Jenige-Kalè e Bunduch, fuori di un panico tremendo, non accadde nessun doloroso avvenimento; solo in Donkalè due messeri di nome Alì e Mustafà Rahmage cominciarono a suscitare mali umori tra cristiani e turchi, ma presto questi due esseri pericolosi furono chiamati in Marasc dal Governatore al redde rationem.

Il massacro fu terribile nel vicino villaggio di Asciflì, in cui furono incendiate 74 case e uccise 16 persone. Bagkce, Hassenbei, Karne con altri undici villaggi furono incendiati, le vittime, per ora, non si possono enumerare con certezza. Vennero al nostro Ospizio da quelle parti alcune persone per domandare l’elemosina; queste colle lagrime agli occhi mi assicurarono che centinaia di cristiani in quelle parti furono uccisi, centinaia di spose dopo di essere state… furono uccise, centinaia di orfani per paura di essere anch’essi uccisi si rifugiarono nei boschi ove si alimentano di erbe. Ricevetti anche una lettera di Fendegiack, in cui si attestano le medesime sventure ed implorano la carità cristiana. La carità cristiana solamente potrà lenire le pene di questi poveri sventurati e derelitti, e porre un argine alle calamità che provengono dalla fame. Io mandai a quei poverini 108 chilogrammi di farina; il resto, son sicuro, lo farà la Divina Provvidenza.

Accolga, R. P. Segretario, i miei sinceri ossequi e mi creda sempre

D. S. P. Rev.da

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