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“L’estraneità del corpo”, così uno scrittore a Cave ci racconta il nostro desiderio d’infinito

Andrea Rega, Fragilità naturale, potenza dell’immaginazione tecnica, desiderio d’infinito, Mimesis, Milano-Udine, 2019, pp.144, € 14

Freud, in Al di là del principio del piacere, si sofferma sulla misteriosa determinazione dell’organismo. Una, per così dire, volontà fisiologica attraverso cui il corpo preserva se stesso da tutte le cause esogene che ne minacciano l’esistenza. Questa spontanea attitudine fisica introduce, sempre seguendo la riflessione del padre della psicanalisi, una condizione paradossale: l’organismo resta destinato a spegnersi, malgrado la sua propulsione a favore della conservazione della vita.

Le riflessioni dell’A. percorrono questo crinale problematico che, al pari di uno sfondo integratore, tiene unite le tre parti del testo. Si arriva, per questa via, a comprendere la reazione esasperata che il corpo mette in atto di fronte alla malattia intesa come: un’affezione che dall’esterno, si pensi alle contaminazioni, minaccia l’equilibrio fisiologico. Una medesima opposizione fisica si presenta quando un soggetto pur legittimo proprietario del suo corpo, attraverso cui sostanzia il proprio esistere, decide di darsi la morte.

Eppure lo stesso corpo che, in taluni casi, si contrappone fermamente ad alcune minacce di morte, in altre situazione, s’arrende inerme ad essa. Perché? La prima considerazione è che esistano stati patologici che degradano per gravità. Di fronte ad un taglietto, tranne nelle situazioni di ipocondria acuta, tutti sono propensi a ritenere che possa rimarginarsi spontaneamente. In altri casi, ben più gravi, si ricorre alla sutura, ai disinfettanti, ecc.. Tuttavia, quest’ultimo aspetto, rappresenta la parte esteriore del problema. Infatti, un taglio, normalmente, scaturisce da un incidente. È del tutto indipendente dalle leggi interne che regolano l’equilibrio del corpo che lo subisce. Ciò è quanto, propriamente, non viene, fisiologicamente, tollerato. Ovvero: un’ingerenza esterna che mina una sorta di predisposizione temporale. Attraverso la quale, secondo un ordine spontaneo e proprio, il corpo da sé procede verso il suo stato inorganico.

Il corpo non muore, infatti, se non per cause interne perché, in fondo, la meta della sua stessa vita è la morte. Muore, cioè, quando in esso sono esaurite le risorse per il suo risanamento. Quando l’azione medica, secondo l’antica massima medicus curat natura sanat, non viene più recepita dal corpo tanto da essere rigettata.

Da qui il problema vieppiù s’ingrandisce. Come accettare questa morte che, con le parole del Belli, sta anniscosta in ne l’orologi? Ovvero, come fare a rassegnarsi di trovarsi inermi, traditi dal proprio corpo, in un tempo indeterminato tanto chiaro sul piano fisiologico quanto inaccessibile alla mente? Allorquando, con tutta la nostra volontà, si vorrebbe vivere, ma di fatto si è costretti ad abbandonare vinti da un soverchiante stato patologico del fisico che, ad esempio, decide di alimentare cellule tumorali o attaccare, come nei fenomeni autoimmuni, tessuti o organi ben funzionanti.

Queste domande, con tutto il loro carico di problematicità, vengono affrontante, nella contemporaneità, da posizioni diverse e contrastanti. L’A., in tal senso, prende in esame tre distanti orientamenti che cercano, non esenti da grandi abbagli, di discutere il tema del corpo e della sua salute.

Il primo orientamento, pur connotato fortemente dall’ideologia, ha molti epigoni. Qui il corpo, come essere di natura, è di per se stesso perfetto. La natura è buona. All’uomo basterebbe riconoscersi nel suo stato primigenio, come animale tra gli animali, per vivere in salute e attendere pacificamente il declino spontaneo del suo fisico. La malattia, in questo paradigma, è la manifestazione della corruzione umana che sporca, con l’avidità dell’indotto industriale e capitalistico, il mondo naturale. L’uomo rovinando la Madre Terra non può che rovinare se stesso perché da questa proviene. Visto, però, che le idee spesso cercano un risvolto pratico, molti, a detrimento della loro stessa vita, decidono di eludere i farmaci e la medicina occidentale, tanto da curarsi completamente con: alghe, erbe, decotti, tisane, ecc.. Pagine di cronaca si riempiono, così, di racconti tetri: bambina non vaccinata muore di tetano, donna naturopata muore per aver affrontato il tumore con rimedi anticonvenzionali, ecc.. Tante situazioni che potrebbero essere state arginate affidandosi alla vera medicina.

Il contributo degli esperti è il secondo orientamento, a più riprese, sostenuto dall’A. Si tratta, in questa seconda prospettiva, di uscire, senza se e senza ma, da ideologie dannose e dal dominio della doxa sull’episteme. Ciò implica l’allontanarsi definitivo dalla logica dei click, dei like e soprattutto dalle risposte facili di coloro che, non controllati da alcuno, parlano, senza perizia, attraverso i tanti canali di internet. Al contrario, bisognerà affidarsi ai professionisti che, con il camice bianco, al pari di veri eroi civili salvano davvero la vita delle persone. Il medico possiede la sua scienza e la attua, in continuazione, all’interno di una comunità di pratica che segue criteri oggettivi, efficaci e verificabili. Il doversi rimettere alla competenza provata dell’esperto veniva già suggerito da Socrate nel Teeteto scritto, quattro secoli prima di Cristo, da Platone. Mal si comprende, quindi, questa odierna protervia che, invece di camminare sulle spalle dei giganti, pretende di potersi esprimere su tutto senza la giusta visuale. L’ultimo paradigma, per molti versi, è a sé stante. Si allontana tanto dalla prima prospettiva quanto dalla seconda. Il medico è sostituito dall’ingegnere. Il farmacista dal programmatore. La natura fisica non è buona così come quella corporea. Entrambe debbono essere superate a favore della creazione di ambienti ibridati tecnologicamente. Il corpo va implementato (esoscheletri, internables, ecc..) per rispondere alle sue deficienze o riprogrammato geneticamente per sopperire alle sue naturali debolezze. L’efficienza della macchina e l’intelligenza del computer rappresentano i fari di quest’ultima posizione che muove, chiaramente al di là delle considerazioni bioetiche, verso il postumano.

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